Il Lambro

Un tempo enormemente lontano, al termine dell’ultima grande glaciazione, le imponenti colate di ghiaccio che dai monti della Valtellina erano discese fino nei pressi dove ora sorgono i nostri paesi, cominciarono lentamente a ritirarsi. Alle loro spalle non restavano che lande desolate cosparse di enormi massi e di detriti rocciosi (morene) che nella loro implacabile colata avevano trascinato a valle. In questo grandioso dramma della natura, torrenti impetuosi formatisi dalla fusione dei ghiacci per effetto dell’aumentata temperatura, cercarono di aprirsi un varco, sfondando la cerchia morenica terminale del punto estremo raggiunto dai ghiacci, per poter sboccare nella pianura Padana e da lì raggiungere il mare.

Il luogo dello sfondamento della cerchia morenica coincide con Agliate.
Nell’alveo di uno di questi torrenti in epoche successive si inserì un piccolo fiume che ora chiamiamo Lambro. Scendendo dalla sorgente della Menaresta, poi scorrendo ai piedi dei monti della Valassina e bagnando le colline della Brianza, il Lambro trovò la sua strada per raggiungere il Po, dopo aver percorso circa 130 chilometri e aver raccolto ben 27 affluenti.
Le acque del Lambro in quel loro scorrere millenario sono state testimoni e spesso protagoniste delle vicende della Brianza. Vicende or liete or tristi che, come il fluire delle acque sotto i ponti, hanno fatto la storia della Brianza.
Lungo il suo corso il fiume era protagonista della vita contadina, alimentando numerosi mulini. Ancora protagonista con la rivoluzione industriale: alla metà del 1800, lungo le sue rive si contavano ben 57 opifici industriali, attirati dalla disponibilità dell’energia motrice fornita dalle sue acque.
Anche il suo degrado fa parte di questa storia.

Una brutta storia se vogliamo, ma sempre storia.

Il degrado e le lotte

Alla causa del progresso, la Brianza ha sacrificato molto di sé stessa, pagando un prezzo molto alto.

Ipotecare il territorio, le risorse, l’ambiente, la cultura e la tradizione è stata una scelta, comune anche ad altri territori lombardi.  Forse un risultato di benessere si sarebbe potuto ottenere anche con un minore impatto.

Negli anni sessanta cittadini singoli o ín piccoli gruppi, abitanti nei paesi posti lungo il corso del fiume, si mobilitano sia per denunciare lo stato di abbandono e di degrado del fiume, sia con iniziative di salvaguardía e tutela.

Ad Agliate, nel 1971, nasce il Comitato popolare Lambro: “Visto che le Amministrazioni comunali dei vari paesi attraversati dal fiume e i vari enti preposti alla salvaguardia dell’ambiente si sono mostrati fino ad oggi inefficienti, o per incapacità o per inerzia a far fronte al problema, la popolazione che forma questo Comitato di base si prefigge di intraprendere un’opera di sensibilizzazione e pressione verso tutti i responsabili, per la risoluzione del problema”.

Il Parco della Valle del Lambro

Nel 1983, viene istituito il Parco regionale della Valle del Lambro, organo gestito da un consorzio costituito da 36 comuni delle province di Como, Lecco e Monza e della Brianza.
Il Parco è un’area nella quale ha predominato e continuerà a predominare la presenza e l’attività dell’uomo; in cui dunque il problema è quello di riuscire a porre fine allo sviluppo indiscriminato e al degrado. Essenziale elaborare un piano territoriale che, tenendo conto di tutte le componenti naturali e antropiche, le sappia valorizzare e difendere.

Tuttavia, se porre rimedio ai danni che si sono provocati richiede un intervento umano, delle politiche ambientali necessariamente lunghe e faticose e che necessitano di investimenti, il fiume stesso, la natura riassorbirà il danno. La natura metabolizzerà, sanerà, suturerà le ferite che l’uomo le ha inflitto.
A fronte di questa ingiuria compiuta sul corpo del fiume la risposta, necessaria, sarà ecologica. Ma non basta. Perché qui si è prodotta un’ulteriore ferita, più profonda e dunque più difficile da curare. Una ferita nell’immaginario. Se la natura sana le ferite dell’ambiente, chi sanerà le ferità dell’anima? Ora la risposta in questo caso non può essere ecologica, ma culturale, poetica, simbolica.

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