Basilica dei S.S.Pietro e Paolo

Prima di addentrarci nella scoperta della basilica di Agliate è opportuno sapere che la località sorge su un importante punto di passaggio sul fiume Lambro, dove confluivano antichi percorsi di crinale che univano l’alta Brianza con la pianura.

Il luogo fu sicuramente in epoche remote un centro di incontro, di riunione, di commerci, di controllo del territorio con funzioni amministrative. Certamente vi fu un insediamento romano, con caratteristiche amministrative e cultuali, di cui cercheremo qualche testimonianza durante la visita.

“L’antichità di Agliate presuppone un periodo arcaico, quello per cui la località fu tanto importante da dare origine ad una pieve ossia alla tramutazione cristiana di una rilevante dignità civile – conciliabulum e pagus – assurta da fase arcaica alla romanità.” (Davide Pace).

Disgregatosi l’impero romano, con l’arrivo dei goti e dei longobardi, l’ordinamento dei pagi andò rapidamente a sparire facendo aumentare l’importanza della pieve cristiana.

La più antica iscrizione paleocristiana documentata ad Agliate è databile al V sec. 

Zeses/‹H›yperec‹h›i/ze˹s˺es/dedic(atum)/(ante diem)VII idus/ Iunias /d(epositus) in pace/ q(uiescit)

L’indizio ci è dato dall’epigrafe funeraria cristiana rinvenuta durante la demolizione del campaniletto secentesco, illustrata da mons. Pompeo Corbella nel suo “Memorie di Agliate e della sua antichissima basilica” del 1895, recante una rara iscrizione greco-latina, purtroppo oggi non più rintracciabile, ma certamente esistente.

La Pieve di Agliate comprendeva 23 chiese, cioè future parrocchie, che andavano da nord a sud, da Veduggio a Sovico e Canonica.  Nell’antichità tutti gli abitanti di queste località per ricevere il battesimo dovevano confluire ad Agliate, dove esisteva l’unico battistero della Pieve dedicato a san Giovanni Battista.

La facciata della Basilica.

Dal sagrato della basilica possiamo ammirare la semplice facciata che evidenzia la forma costruttiva a tre navate. Al centro, il portale quasi completamente rifatto durante i restauri ottocenteschi. Solo i due stipiti decorati a intrecci viminei sono originali e potrebbero risalire al IX secolo, probabilmente pertinenti alla chiesa precedente l’attuale.

Alla base della facciata sono inserite delle grandi pietre, una di queste è una stele romana che lascia intravedere una decorazione a festoni e tracce della dedica.

All’interno

Entriamo dalla porta laterale destra e subito troviamo fissate alla parete alcune lapidi. La più notevole è quella funeraria dei giovani coniugi Sextilii dedicata agli Dei Mani risalente alla fine del II sec.d.C. Quella a fianco, anch’essa romana, un poco più tarda, è stata rinvenuta nel 1990 durante lo scavo archeologico che ha riportato alla luce murature pertinenti alla chiesa precedente, ma non la prima.

Di questo edificio si vedono tracce (la maggior parte è stata reinterrata) a fianco della prima colonna che poggia su un’ara romana dedicata da Vitale a Giove Ottimo Massimo Conservatore. Vitale era di condizione servile e dedicò l’ara per la salute dei suoi padroni, sua e dei suoi.

Ai lati della fondazione ci sono tracce di tombe pertinenti alla precedente chiesa.

Un’altra lapide funeraria fissata alla parete è quella paleocristiana del lettore Albino.

Possiamo ora osservare che non una colonna, né un basamento o un capitello sono uguali uno all’altro. Tutti gli elementi architettonici sono materiali di spoglia di edifici antichi.

La seconda colonna della navata sinistra è un miliario romano indicante il 2° miglio, forse da Como. Sopra sono incise alcune dediche: quella frontale dell’imperatore Giuliano (l’Apostata) fu probabilmente posta nel 361 d.C..  Il miliario fu rovesciato più volte e nuovamente inciso. L’ultima dedica è per gli imperatori Magno Massimo e Flavio Vittore, del 387-388 d.C.

Proseguendo notiamo che la base di una colonna fu ricavata ritagliando un’ara romana di marmo bianco, utilizzando poi l’altra parte quale capitello di una colonna della opposta navata. La stessa colonna proviene da un edificio romano, essendo fatta di granito rosso proveniente dall’Egitto. Poco più avanti, su un’altra colonna poggia un bellissimo capitello romano con delfini che bevono da un kantharos, dal quale emerge un tridente.

Il simbolismo

Se contiamo tutte le finestre della basilica ci accorgiamo che sono trentatré, esattamente quanti gli anni di vita terrena di Gesù Cristo. Il simbolismo dei numeri prosegue. Tre sono le navate, simbolo della Trinità, come sono sei le colonne, quante i giorni della Creazione e sette gli archi (il settimo giorno è il riposo).

La balaustra del presbiterio, la scalinata e l’ambone sono tutti elementi ricostruiti durante i restauri dell’ultimo decennio dell’800.

Documenti antichi esistenti in Archivio Parrocchiale ci informano comunque che l’ambone, cioè la tribuna delle letture o pulpito, sino al ‘600 era in marmo e aveva il leggìo ornato con l’aquila, simbolo dell’Evangelista Giovanni. Purtroppo fu distrutto in quegli anni per far posto a pulpito di legno.

Sulla parete laterale troviamo l’affresco della beata Vergine delle Grazie: una Madonna in trono col Bambino in braccio, molto venerata. E’ un’opera trecentesca di buona fattura, proveniente dalla distrutta chiesa della Madonna Pura del convento dei cappuccini di Verano. E’ la Madonna della Candelora che si ricorda il 2 febbraio. La Madonna indossa infatti un caldo mantello foderato di pelliccia.

Per scendere nella cripta passiamo davanti all’altare del Crocifisso e alle reliquie di san Biagio. Le reliquie furono rinvenute da san Carlo nell’altare della navata di destra, ora altare del Santissimo e riconosciute da un’iscrizione sulla tomba. Ovviamente quale Biagio sia non si saprà mai.

La dedicazione dell’altare a san Biagio era riportata anche sul Liber Notitiae Sanctorum Mediolani risalente alla fine del ‘200.

Cripta.

La cripta è una chiesa nella chiesa, dedicata a sant’Andrea, fratello di Pietro, i due pescatori di uomini. Era la chiesa “iemale”, cioè invernale, utilizzata nelle funzioni giornaliere quando il freddo era pungente. Era anche la chiesa canonicale dove si riunivano i canonici, proibita alle donne che potevano assistere alle funzioni attraverso le due bifore poste ai lati dello scalone che porta al presbiterio.

Le volte a crociera sono sorrette da otto colonnine in pietra con capitelli. Uno di questi capitelli è in marmo bianco ed è una rara opera d’epoca carolingia (IX-X sec.) che fu definita di “barbara bellezza”.

Gli affreschi antichi

Risaliamo dalla scala opposta a quella della discesa e rientriamo nella navata di destra fermandoci sotto il primo arco. Questo è il punto da cui possiamo ammirare ciò che resta del ciclo degli affreschi che un tempo, probabilmente già dalla costruzione della basilica, ricoprivano tutte le pareti. I cicli pittorici si sviluppavano su più fasce orizzontali.

Nella più alta, tra le mensole delle capriate, sono dipinti i volti del profeti.

Nel registro centrale, il più importante, si alternavano i riquadri illustrati con le scene del Vecchio Testamento. Ci restano solamente quelle tratte dalla Genesi raffiguranti la “Creazione di Adamo” e la “Creazione di Eva“. Le scene si svolgono nel Paradiso Terrestre raffigurato come una rassicurante città con palazzi, torri, mura e porte fortificate.

Dio Padre, raffigurato come Cristo, infonde la vita nella sagoma ancora grezza del primo uomo.

Nella seconda scena, Adamo giace addormentato, con il braccio sinistro sollevato scopre il costato da cui Dio Padre estrae Eva, la prima donna.

La datazione di questi affreschi oscilla tra gli ultimi decenni del X secolo agli inizi dell’XI;  considerando che furono dipinti immediatamente dopo la costruzione essi permettono la datazione anche dell’edificio romanico.

Nel registro inferiore sono illustrate scene del Nuovo Testamento con la Vergine che riceve l’Annuncio dell’Angelo. Le rimanenti tracce di pitture lasciano solo supporre la scena della Visitazione con l’abbraccio tra Maria ed Elisabetta. La perdita dell’intero ciclo di affreschi potrebbe essere stata provocata da un disastroso incendio.

Il Presbiterio  

Portandoci ai piedi dello scalone possiamo ammirare la decorazione della volta con l’antica immagine di Cristo Giudice, che regge nella sinistra il volume aperto, e con la mano destra aperta, non benedicente ma sollevata per amministrare la giustizia.

Il Pantocratore (l’Onnipotente o Sovrano di tutte le cose) è inserito in una cornice circolare attorniato dai simboli dei quattro Evangelisti.

Questa decorazione è coeva a quella della Genesi, ma opera di un diverso Maestro.

Nell’abside restano gli affreschi cinquecenteschi raffiguranti Dio Padre con Globo crucigero in un tondo, e ai lati, Gesù che consegna a Pietro le chiavi; a destra, la Madonna col Bambino e san Giovanni Battista.

Sulla parete destra del presbiterio, un recente restauro ha riportato alla luce un pregevole affresco tardo quattrocentesco raffigurante una Madonna del Latte assisa in trono, con Gesù Bambino sulle ginocchia che si nutre al suo seno.

La sacrestia

La visita volge al termine ma se riusciamo ad entrare in sacrestia potremo ammirare un ricco armadio guardaroba contenente le vecchie e ricche vesti liturgiche, costruito e donato nel 1741 dal Prevosto Pietro Francesco Curioni.

In sacrestia è poi conservato l’armadio dell’Archivio Plebano, l’ultimo ricordo di quando Agliate era capo Pieve. Le ante nascondono 24 cassetti, uno per ogni parrocchia che in antico erano sottoposte ad Agliate.

Raramente, e in particolari occasioni, si potrà poi ammirare un vero tesoro costituito dalle capselle delle reliquie rinvenute da san Carlo durante la visita pastorale del 26 agosto 1578. Erano celate nel piccolo altare della chiesa di san Giovanni Battista, cioè nel Battistero. Sono due contenitori, quello esterno in pietra tenera e quello interno in argento traforato. Un recente studio del prof. Ermanno Arslan, ha individuato l’origine bizantina del reliquiario che, per forma e simbologia, ripropone il Santo Sepolcro di Gerusalemme. La provenienza dell’oggetto è certamente dalla Terra Santa ed è databile tra la fine del VI e gli inizi del VII sec.d.C.

Usciti dalla basilica ci avviamo per entrare nel Battistero, passando accanto al campanile che è opera recente della fine del XIX secolo.  Ai suoi piedi troviamo però una lapide tardo romana con iscrizione abrasa, fu rinvenuta durante gli scavi archeologici del 1990. Era stata reimpiegata, come altri reperti d’epoca romana, per la costruzione di una tomba all’interno della primitiva chiesa. 

Il Battistero

La presenza del Battistero certifica l’antichità e l’importanza del complesso battesimale di Agliate.

L’edificio è isolato ed ha l’abside rivolta a est, con un orientamento leggermente diverso da quello della basilica.  Questa diversità è probabilmente dovuta a differenti epoche di costruzione dei due edifici.

All’interno la pianta del battistero è praticamente ottagona, come la vasca battesimale ad immersione, anche se, per far posto all’abside, il lato più lungo, rivolto a oriente, è leggermente angolato tanto da evidenziare, all’esterno, la presenza di nove lati.

La tecnica muraria è come quella della basilica, tutta in ciottoli legati con malta e con l’inserimento a scopo decorativo di travertino locale, che dona risalto alle monofore e agli archetti pensili.

La forma ottagona del battistero e della vasca battesimale è quella voluta da sant’Ambrogio. Il tipo di vasca ad immersione con acqua corrente, alimentata da un sistema di canali, di cui si vedono ancora le bocche di entrata e di uscita, destinata al battesimo degli adulti, testimonia l’antichità dell’impianto. Il pavimento in coccio pesto, fortemente inclinato verso un lato del battistero, dove è aperto un foro di scarico, evitava il ristagno dell’acqua grondante dai neobattezzati uscenti dalla vasca.

La decorazione pittorica più antica interessa la sola zona absidale: la fascia superiore reca la scena della “Chiamata dei primi discepoli” con Pietro e Andrea raffigurati mentre stanno ritirando la rete gonfia di pesci. È la pesca miracolosa. Gesù disse loro «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». La scena è strettamente coerente al luogo.

Questa fascia sovrastava l’ormai scomparso “Battesimo di Gesù nel Giordano”. Ai lati ci restano solo gli Angeli che accorrono per assistere al Battesimo.

Allo stesso periodo antico, primissimi anni dell’ XI sec. risalgono anche le figure dei santi ai lati.  Di quel periodo restano tracce di decorazione anche nell’abside dove un santo guerriero coperto con cotta di maglia in ferro, armato di lancia e scudo, è raffigurato entro un’arcatella.

Nel santo si potrebbe riconoscere san Vittore.

La devozione a questo santo ci porterebbe ai primissimi anni del Mille, all’epoca dell’arcivescovo Arnolfo II (998-1018).

Al trecento risalgono gli affreschi del catino absidale, con tracce del Pantocratore in mandorla e i simboli degli Evangelisti, i resti dei due Apostoli Andrea e Giacomo e, sopra, una delicata Madonna del Latte.

Ai primi del trecento, tra il secondo e il terzo decennio, risale l’affresco che troviamo a destra dell’ingresso, la “Deposizione nel sepolcro”. E’un’opera di ottima qualità ritenuta di mano di un artista seguace della corrente del giottismo lombardo.

Al quattrocento si datano i tre affreschi raffiguranti sant’Onofrio, un santo vescovo e la Madonna in trono. I primi due sono dipinti devozionali probabilmente da riferire ad una committenza legata alle attività tessili che si svolgevano lungo il Lambro: all’ombra, forse, degli Umiliati.  Sant’Onofrio, a causa del suo “abito” di peli è considerato protettore dei tessitori mentre il vescovo, riconosciuto in san Biagio (del quale in basilica si conservano le reliquie) è il protettore dei cardatori di lana, oppure l’immagine è stata recentemente attribuita a san Gottardo, al quale era intitolata la caratese chiesa di Santa Maria della Purificazione del Convento degli Umiliati.

La Madonna in trono è una copia della “Madre di Dio della Tenerezza”, un’icona bizantina molto venerata e diffusa anche in Lombardia.

I recenti restauri che hanno poi riportato alla luce le labili tracce di altri affreschi, una madonna col bambino in braccio e un Santo dottore, forse san Damiano.

Non va dimenticato un piccolo monumento romano, testimone della romanità del luogo, trovato durante la demolizione del vecchio campanile e utilizzato come dispersore di acqua benedetta (non come acquasantiera!). E’un’ara che Lucio Valerio dedicò al dio Silvano. Un dio dei boschi, ben congeniale alla natura della nostra valle.

Le recenti opere di restauro hanno anche evidenziato antiche strutture murarie, probabilmente romane o tardo romane, chi sottostanno anche sotto le fondamenta del Battistero.

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